Castelplanio, riflessione su informazione e intelligenza artificiale: «Custodire volto e voce per non perdere l’umano»
Informare senza smarrire l’umanità, in un tempo in cui tecnologia e intelligenza artificiale ridefiniscono il modo stesso di comunicare. È stato questo il cuore del dibattito “Il tuo volto io cerco”, svoltosi il 15 febbraio al Centro “Sul Monte” di Castelplanio, nell’ambito delle Domeniche di spiritualità promosse dal centro Marina Marozzi.
L’incontro, organizzato da suor Anna Maria Vissani insieme a don Mariano Piccotti, parroco di Castelplanio e Poggio San Marcello, ha visto dialogare con il pubblico i giornalisti jesini Pino Nardella, Tiziana Fenucci, Cristina Corsini e Giacomo Galeazzi. Ne è scaturita una riflessione intensa e partecipata sulla missione dell’informazione oggi, sintetizzata nell’espressione “informare per conservare l’umanità”.
Il confronto ha preso avvio da un messaggio di Leone XIV agli operatori delle comunicazioni sociali, in cui il Pontefice sottolinea il valore insostituibile della persona: «Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni individuo e costituiscono l’elemento fondamentale di ogni incontro». Una comunicazione autentica — ha ricordato — deve essere «disarmata e disarmante», capace di offrire uno sguardo diverso sul mondo e coerente con la dignità umana.
Partendo dalle esperienze professionali dei relatori, il dibattito ha analizzato opportunità e criticità della comunicazione nell’epoca delle innovazioni continue. È emersa con forza la necessità di preservare un “nucleo di umanità” nel rapporto con le fonti e con i destinatari delle notizie, evitando che la velocità dei media e delle piattaforme digitali appiattisca il confronto umano.
Secondo il Papa, «volto e voce sono sacri», perché l’uomo non è riducibile a un insieme di algoritmi o processi biochimici: ciascuno possiede una vocazione irripetibile che si manifesta nella relazione con gli altri. La tecnologia digitale, se non governata con responsabilità, rischia invece di modificare radicalmente pilastri fondamentali della civiltà umana. I sistemi di intelligenza artificiale, infatti, sono già in grado di simulare voci, volti, empatia e conoscenza, incidendo non solo sull’ecosistema informativo ma sul livello più profondo della comunicazione: quello tra persone.
«La sfida non è tecnologica ma antropologica — avverte Leone XIV —. Custodire i volti e le voci significa custodire noi stessi».
Il tema dell’intelligenza artificiale ha occupato una parte centrale del confronto. Secondo il Pontefice, l’AI pone l’umanità davanti a un bivio storico: può aprire nuovi orizzonti di uguaglianza oppure alimentare conflitti e disuguaglianze. Non basta la disponibilità di dati — osserva — perché la vera saggezza consiste nel comprendere il significato della vita e orientarsi verso il vero e il bene.
Da qui l’appello a una riflessione etica approfondita sul governo responsabile delle tecnologie emergenti. Le applicazioni dell’intelligenza artificiale possono promuovere giustizia e inclusione, soprattutto nei contesti più fragili, ma esiste anche il rischio di un utilizzo improprio per interessi personali o per alimentare aggressioni e divisioni sociali.
Le nuove tecnologie — insieme a biotecnologie, economia dei dati e social media — stanno trasformando profondamente la percezione dell’esistenza umana. In questo scenario, avverte il Papa, la dignità della persona rischia di essere sostituita da funzioni e automatismi: «La persona non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero».
Un monito condiviso anche dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che ha sottolineato come l’AI possa lasciare indietro le fasce più fragili della popolazione e comprimere diritti fondamentali: «L’algoritmo del cuore è insostituibile».
Nel corso dell’incontro è stato inoltre evidenziato come gli algoritmi dei social media, progettati per massimizzare il coinvolgimento, tendano a premiare emozioni immediate e polarizzanti, penalizzando invece processi più lenti come la comprensione, l’ascolto e la riflessione critica. Il rischio è quello di rinchiudere le persone in bolle di consenso e indignazione, indebolendo il dialogo e aumentando la frammentazione sociale.
A questa deriva si oppone una concezione del giornalismo come servizio al bene comune, capace di contrastare l’affidamento acritico all’intelligenza artificiale intesa come “oracolo” onnisciente. Il lavoro quotidiano dei professionisti dell’informazione — tra carta stampata, web, televisione e radio — richiede invece discernimento, responsabilità e attenzione alla dimensione umana.
Don Mariano Piccotti ha richiamato, a questo proposito, lo Shemà, la preghiera fondamentale dell’ebraismo citata nel Vangelo di Marco, che unisce l’amore per Dio all’amore per il prossimo come sintesi dell’intera legge biblica. Un invito ad ascoltare — prima ancora che a parlare — come base di ogni comunicazione autentica.
Dal confronto è emersa infine una nota di speranza: nonostante i rischi, è ancora possibile utilizzare strumenti comunicativi sempre più potenti senza rinunciare alla capacità di pensare, comprendere e crescere in umanità. A condizione che la tecnologia resti uno strumento e non diventi il fine.
L.D. Redazione - laScansionenet
Un altro modo di raccontare il territorio
L’incontro, organizzato da suor Anna Maria Vissani insieme a don Mariano Piccotti, parroco di Castelplanio e Poggio San Marcello, ha visto dialogare con il pubblico i giornalisti jesini Pino Nardella, Tiziana Fenucci, Cristina Corsini e Giacomo Galeazzi. Ne è scaturita una riflessione intensa e partecipata sulla missione dell’informazione oggi, sintetizzata nell’espressione “informare per conservare l’umanità”.
Il confronto ha preso avvio da un messaggio di Leone XIV agli operatori delle comunicazioni sociali, in cui il Pontefice sottolinea il valore insostituibile della persona: «Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni individuo e costituiscono l’elemento fondamentale di ogni incontro». Una comunicazione autentica — ha ricordato — deve essere «disarmata e disarmante», capace di offrire uno sguardo diverso sul mondo e coerente con la dignità umana.
Partendo dalle esperienze professionali dei relatori, il dibattito ha analizzato opportunità e criticità della comunicazione nell’epoca delle innovazioni continue. È emersa con forza la necessità di preservare un “nucleo di umanità” nel rapporto con le fonti e con i destinatari delle notizie, evitando che la velocità dei media e delle piattaforme digitali appiattisca il confronto umano.
Secondo il Papa, «volto e voce sono sacri», perché l’uomo non è riducibile a un insieme di algoritmi o processi biochimici: ciascuno possiede una vocazione irripetibile che si manifesta nella relazione con gli altri. La tecnologia digitale, se non governata con responsabilità, rischia invece di modificare radicalmente pilastri fondamentali della civiltà umana. I sistemi di intelligenza artificiale, infatti, sono già in grado di simulare voci, volti, empatia e conoscenza, incidendo non solo sull’ecosistema informativo ma sul livello più profondo della comunicazione: quello tra persone.
«La sfida non è tecnologica ma antropologica — avverte Leone XIV —. Custodire i volti e le voci significa custodire noi stessi».
Il tema dell’intelligenza artificiale ha occupato una parte centrale del confronto. Secondo il Pontefice, l’AI pone l’umanità davanti a un bivio storico: può aprire nuovi orizzonti di uguaglianza oppure alimentare conflitti e disuguaglianze. Non basta la disponibilità di dati — osserva — perché la vera saggezza consiste nel comprendere il significato della vita e orientarsi verso il vero e il bene.
Da qui l’appello a una riflessione etica approfondita sul governo responsabile delle tecnologie emergenti. Le applicazioni dell’intelligenza artificiale possono promuovere giustizia e inclusione, soprattutto nei contesti più fragili, ma esiste anche il rischio di un utilizzo improprio per interessi personali o per alimentare aggressioni e divisioni sociali.
Le nuove tecnologie — insieme a biotecnologie, economia dei dati e social media — stanno trasformando profondamente la percezione dell’esistenza umana. In questo scenario, avverte il Papa, la dignità della persona rischia di essere sostituita da funzioni e automatismi: «La persona non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero».
Un monito condiviso anche dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che ha sottolineato come l’AI possa lasciare indietro le fasce più fragili della popolazione e comprimere diritti fondamentali: «L’algoritmo del cuore è insostituibile».
Nel corso dell’incontro è stato inoltre evidenziato come gli algoritmi dei social media, progettati per massimizzare il coinvolgimento, tendano a premiare emozioni immediate e polarizzanti, penalizzando invece processi più lenti come la comprensione, l’ascolto e la riflessione critica. Il rischio è quello di rinchiudere le persone in bolle di consenso e indignazione, indebolendo il dialogo e aumentando la frammentazione sociale.
A questa deriva si oppone una concezione del giornalismo come servizio al bene comune, capace di contrastare l’affidamento acritico all’intelligenza artificiale intesa come “oracolo” onnisciente. Il lavoro quotidiano dei professionisti dell’informazione — tra carta stampata, web, televisione e radio — richiede invece discernimento, responsabilità e attenzione alla dimensione umana.
Don Mariano Piccotti ha richiamato, a questo proposito, lo Shemà, la preghiera fondamentale dell’ebraismo citata nel Vangelo di Marco, che unisce l’amore per Dio all’amore per il prossimo come sintesi dell’intera legge biblica. Un invito ad ascoltare — prima ancora che a parlare — come base di ogni comunicazione autentica.
Dal confronto è emersa infine una nota di speranza: nonostante i rischi, è ancora possibile utilizzare strumenti comunicativi sempre più potenti senza rinunciare alla capacità di pensare, comprendere e crescere in umanità. A condizione che la tecnologia resti uno strumento e non diventi il fine.
L.D. Redazione - laScansionenet
Un altro modo di raccontare il territorio


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